Di solito, quando si scorre sui social l’8 marzo, la timeline pullula di foto di mimose scintillanti e aforismi firmati Baci Perugina.
Anche noi oggi vogliamo dire la nostra, mettendo da parte – per una volta – aperitivi vista mare e aneddoti divertenti che proponiamo di solito. Vogliamo raccontarvi una storia che all’Elba un po’ tutti conoscono, ma che forse non viene raccontata abbastanza: quella di Olimpia Mibelli Ferrini.
Chi era Olimpia Mibelli Ferrini
Olimpia nasce a Portoferraio nel 1923, oltre un secolo fa.
La sua era una famiglia povera che viveva in una piccola casa del centro storico, dove i panni stesi alle finestre sembravano cucire insieme le giornate di chi ci abitava. Giornate lente e ripetitive, scandite da pasti frugali e lavori umili. Olimpia faceva infatti la “lavandaia”. Cosa significa? Beh, era senza dubbio un mestiere di fatica: secchi d’acqua da trasportare, panni da lavare e ore passate a stirare senza sosta.
Ma poi la sera si cambiava, indossava tacchi alti e gonne ampie che si cuciva da sola e metteva quel rossetto scarlatto che la caratterizzava.
Eccola, ci sembra quasi di vederla, che si passa fra le labbra quel colore acceso mentre si guarda allo specchio: una donna libera, in un tempo in cui le donne libere erano guardate con malcelato disprezzo. Non c’è da stupirsi, infatti, che qualche ignorante la definì “di facili costumi”.
Oggi, per fortuna, useremmo un altro appellativo per descriverla, molto più dignitoso: indipendente, autonoma, padrona di sé.
Giugno 1944: quando “liberazione” non fu sinonimo di libertà
Il 17 giugno 1944, durante l’Operazione Brassard, migliaia di soldati sbarcarono fra Pomonte e Marina di Campo e l’isola venne liberata dall’occupazione nazifascista. Purtroppo, per molte donne, ci fu ben poco da festeggiare: la parola “liberazione”, per loro, fu tutt’altro che di buon auspicio. Nei giorni seguenti si susseguirono saccheggi e violenze sui corpi di quelle giovani: nei rapporti ufficiali quegli episodi sono diventati numeri, dei semplici dati stampati nero su bianco.
Ma dietro quei numeri c’erano corpi oltraggiati, volti distrutti e vite spezzate. Soprattutto, lamenti soffocati di una violenza di cui non si poteva neanche parlare.
Qui, in un momento storico che avremo tutti ricordato per sempre, la storia di Olimpia Mibelli Ferrini cambia tono.
La scelta che nessuno dovrebbe fare
Olimpia aveva solo 21 anni, l’età che oggi leghiamo alla spensieratezza e ai sogni. Secondo numerose testimonianze, quando comprese cosa stava accadendo, si fece avanti, offrendo il proprio corpo a una violenza inaudita. Lo fece per salvare altre ragazze, alcune poco più che bambine. Così, con la stessa prontezza e disinvoltura con cui stirava e indossava il suo adorato rossetto, andò incontro a un destino terribilmente triste.
Una frase tramandata nel tempo racconta il senso di quel gesto: “Per me uno più o uno meno non cambia. Per loro sì.”
Non sappiamo con certezza ogni dettaglio, ma non serve: ci basta sapere quello che ha fatto per ricordarla ed esserle grati eternamente per il suo sacrificio sofferto.
Dopo la guerra: il silenzio. Olimpia continua a lavorare al mercato accanto al compagno Arrigo. Aiuta la madre, le sorelle, il nipote, con quell’ironia che la caratterizza e quel rossetto rosso che non ha mai tolto. Insomma, ritorna alla sua vita di sempre, ma a che prezzo?
Di quei giorni si parla poco: troppa sofferenza, troppa vergogna collettiva, in una società che anziché parlare preferiva tacere come se nulla fosse accaduto. Olimpia muore nel 1985. Oggi i suoi resti sono nell’ossario comunale; non c’è una tomba con il suo nome.
Ma la sua storia è rimasta incisa nella memoria popolare: un’incisione eterna, che non va via.
Perché ricordare Olimpia Mibelli Ferrini oggi
Per anni si è parlato di una possibile onorificenza ufficiale, che però non arrivava mai: mancavano testimonianze formali, firme. O forse, mancava il coraggio pubblico di raccontare qualcosa di scomodo. Finalmente pochi mesi fa Portoferraio ha deciso di dedicarle una strada e di riconoscerne ufficialmente il valore con una medaglia, dopo decenni di silenzio.
Perchè ne parliamo oggi?
Perché la festa della donna non può ridursi a una frase copiata da internet su quanto siano straordinarie le donne o su quanto sia incredibile l’universo femminile. Deve essere, invece, una giornata di consapevolezza su quanto è stato e quanto ancora c’è da fare.
Olimpia non era di certo l’eroina tipica dei libri di scuola: non indossava una divisa da soldato, non impugnava una spada, non le furono dedicati monumenti. Era una donna vera, ed è proprio questo che la rende così potente.
Il regalo più grande che possiamo farle, dopo quasi 100 anni, è continuare a ricordarla. Ma soprattutto, ringraziarla.
Grazie, Olimpia. A distanza di così tanto tempo ti pensiamo ancora. Non solo l’8 marzo.